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La relazione: radice ontogenica della vita e della morte

Ontogenesi: l'insieme dei processi mediante i quali si compie lo sviluppo biologico di un organismo vivente. La relazione: radice ontogenica della vita e della morte. Proverò a focalizzare come la morte e il dolore, elementi quotidiani di chi lavora con i malati terminali, possano diventare parte del racconto di una vita e vedano l’Operatore Sanitario strumento utile per favorire serenità e crescita umana e sociale, sia in chi muore che in chi rimane.

Iniziamo dalle cose semplici, evidenti. Alla domanda “chi è l’uomo”, si può rispondere in maniera certa dal punto di vista del Pediatra (senza nessuna pretesa di dare all’affermazione un valore filosofico!): “l’uomo è un essere relazionale, che per nascere e crescere ha bisogno di accudimento amorevole”. Nessun dubbio in questa affermazione, perché è certo che il neonato se non viene accudito, accarezzato, coccolato, ma solo nutrito, senza però un vero contatto con i genitori o un Caregiver, svilupperà la cosiddetta “Sindrome da carenza affettiva (SCA)”: pur ricevendo adeguato apporto calorico in quasi il 50% dei casi morirà, ovvero crescerà pochissimo in peso e altezza e sarà affetto da gravi turbe del neurosviluppo. La relazione di accudimento, pur nella diversità dei caratteri e nella specificità di ciascun bambino (Brazelton), è la base per lo sviluppo dell’identità, che “nasce e si sviluppa nel contatto con l’altro da sè (Stern et all)”. L’incontro con l’altro nella relazione di accudimento amorevole diventa quindi il luogo dove l’ individualità di ciascun bimbo, unica irrepetibile, impara a riconoscere e sviluppare linguaggi, simboli, dinamiche. E il neonato impara da subito a riconoscere cosa succede quando piange, come reagiscono intorno a lui, a modulare l’espressione dei suoi bisogni, a porre confini e limiti alle proprie urla a seconda del suo carattere, ma in larga misura in ragione del feedback che riceve. Il neonato per entrare nella vita ha quindi un evidente e drammatico bisogno dell’altro. La sua enorme potenzialità biologica e sociale si svilupperà solo se riceverà gratuitamente “amore”. Questa parola ha una traduzione chiara per un neonato: sono le 1000 azioni dei Caregiver che raccontano attenzione generosa, riconoscimento, valorizzazione, sostegno, incoraggiamento, accudimento, dono di tempo, energie, empatia, ascolto, ecc... Questo bisogno di ricevere amore, con azioni concrete e per lui “significative”, lo conserverà tutta la vita. E’ il bisogno di amore che ciascun uomo ha: la capacità di dare amore sarà in molta parte un frutto dell’amore che egli stesso avrà sperimentato e di come avrà imparato a gestire limiti, bisogni, desideri, conflitti a riconoscere gli altri e i loro dolori e gioie (Chapman).

L’amore-relazione di accudimento- del Caregiver, ingrediente indispensabile più del latte per fare vivere un neonato, ha alla base la gratuità. Le notti insonni del genitore avranno come paga solo un sorriso: ma quale genitore non direbbe che quel sorriso del figlio è il dono più grande che ha mai ricevuto dalla vita? Quale genitore direbbe di non essere pronto a morire anche subito per salvare la vita del figlio? Un neonato, la vita che continua, realizza nei suoi genitori un vero e proprio miracolo, contro natura: li rende disposti a rinunciare alla propria vita per quella di un altro essere. Tutto ciò non è ragionevole, è solo.... naturale!! E’ ontogenico, è alla radice dell’essere. Il bisogno di relazione basata sulla gratuità di amore dato e ricevuto senza limite il più possibile, rimarrà però in tanti momenti e in tante relazioni una chimera, soffocato dalle incapacità di viverlo e tradurlo in azioni concrete.

Vi sarà un altro momento in cui quel corpo avrà bisogno dell’altro come quando sta nascendo: quando non avrà più energie per vivere, quando l’organismo interromperà quell’incredibile-delicatissimo equilibrio e il cuore smetterà di battere. Per pochi minuti, o per lunghi anni quel corpo, dipenderà da altri. Non sempre però riceverà amore gratuito.

Viene da chiedersi se in prossimità o nel momento della morte il bisogno “ontogenico” di ricevere-dare amore sia ancora significativo, ancora primario, o se perda di importanza visto che il ciclo vitale sta per esaurirsi. E come sempre una domanda ne fa nascere altre: cosa succede dopo la morte biologica? La morte chiude le relazioni?

Nessuna pretesa di poter dire delle parole conclusive. Tuttavia alcune affermazioni sono fattibili. Nell’Universo i risultati più importanti delle scienze fisiche ci danno un quadro: sembra prevalere l’aspetto relazionale. Ogni cosa è in rapporto con un’altra. Così anche le stelle della nostra Galassia, almeno 100 miliardi, non sono disposte a caso, ma raggruppate in associazione e ammassi stellari per i quali è evidente un legame gravitazionale. Così è nel rapporto tra le Galassie tra loro. Le quattro interazioni fisiche fondamentali, forza di gravità, forza elettromagnetica, forza nucleare forte, forza nucleare debole, costituiscono una serie di rapporti che legano tra loro le varie entità fisiche nell’ambito dell’ Universo, il quale acquista pertanto un quadro unitario, marcatamente relazionale e di reciproca dipendenza. (Daniele Spadaro, Astrofisico). La rete dinamica di relazioni che caratterizza l’ecosistema terrestre rappresenta altresì un equilibrio estremamente delicato, con conseguenze potenzialmente catastrofiche anche solo per piccole variazioni di alcuni dei fattori che entrano in gioco. I problemi del riscaldamento globale sono un esempio in questo senso. L’affermazione “Non posso ferirti senza far male a me stesso”, con cui si esprimeva Gandhi per descrivere il profondo legame che intercorre tra gli esseri umani tra loro e con la natura, appare nella sua evidente coerenza con l’idea di un Universo in cui tutti si è in relazione, lì dove è comune l’essenza più intima di essere “masse” in relazione le une alle altre, in reciproco rapporto e in continua evoluzione molecolare. L’atteggiamento di profondo rispetto della scienza e di tutta la natura permea anche l’enciclica “Laudato sii” di papa Francesco. Nessuna entità fisica è sola e la morte biologica non disperde le molecole, che continuano ad essere parte dell’ Universo. In questa prospettiva la vita e la morte appaiono unite, vicine, facce diverse del continuum di un ciclo vitale, legge e percorso comune, seppure con miliardi di anni di differenza, all’atomo, alla terra, alle stelle, all’uomo.

Ritorniamo al tema iniziale: se è indubitabile che per un neonato nudo e debole non vi è futuro senza l’amore dei Caregiver, tanto da farci dire che il bisogno di accudimento amorevole sia ontogenico, per un vecchio nudo e debole, che tra poco non avrà più vita, che senso ha la relazione di amore? E’ ancora viva la radice ontogenica di “dare e ricevere amore”, così evidente nelle prime fasi della vita? Non possiamo avere dimostrazioni di cosa sia dopo la morte. Un morente “accompagnato”, che riesce a morire in pace con se stesso e i propri cari, si spegne però con una serenità diversa. Un morente dovrebbe avere la possibilità di chiudere il cerchio della vita con se stesso e i familiari, concretizzando queste cinque parole: Mi perdono, Ti perdono, Ti chiedo scusa, Ti dico grazie, Ciao. (Larson).

Sicuramente per chi vive, il modo in cui si lascia colui/colei che si è amato fa molta differenza. A seconda se il morente ha lasciato intorno a se e nelle persone vicine “profumo d’amore” o “veleno di risentimento”, quella morte costruirà tra i sopravvissuti persone migliori o creerà crepe e ferite, fonte di persistente e insanabile dolore, fino alla psicopatologia. Ancora una volta la differenza sulla qualità della vita, e della morte, è data dal riuscire ad amare e sentirsi amati. E, come per il bambino, anche sul letto di morte ritornano le parole chiave che costruiscono relazioni positive: empatia, sostegno, dono del tempo, gratuità, riconoscimento, valorizzazione.

Il Sanitario che lavora con il malato terminale deve diventare un “facilitatore” dei processi relazionali che permettano di ritrovare la radice ontogenica di cui ciascun uomo ha bisogno: relazioni “calde” con le persone per lui significative.

La morte non è una sconfitta della medicina. La liberazione del malato dal dolore non è solo terapia palliativa. Accompagnare il malato terminale e i suoi familiari a ritrovare la relazione tra loro, per come è possibile, dovrebbe divenire l’obiettivo fondamentale.

Nella relazione del malato con sè e il suo mondo vi è la chiusura del cerchio, prima che il biologico ritorni ad essere molecole, continuando in ogni caso ad essere parte dell’ Universo.

Ridurre il “dolore relazionale”, lavorare perché l’amore diventi l’ultimo viatico per chi si spegne e per chi rimane vivo, affinchè in esso ciascuno possa ritrovarsi, riscoprendo nella relazione d’amore la radice ontogenica della vita e della morte: potrebbe divenire l’orizzonte di azione di chi opera con il malato terminale.

Questa prospettiva di armonizzazione della vita e della morte con il creato viene raccontata da papa Francesco: “Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza [...] apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai sui interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea”.

La scoperta della relazione e del bisogno d’amore come radice ontogenica della vita, della morte, speriamo possa essere oggetto di riflessione. E di speranza e fiducia per ciascuno di noi, per spendere meglio i “giorni di vita”.

Rimane il mistero di quale sia l'origine della materia, del big bang da cui tutto ha avuto inizio. E forse la vita dell'uomo è la chiave per comprenderlo: forse la V legge, la radice ontogenica di tutto, scopriremo essere l'Amore!


A cura di: Raffaele Arigliani

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