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I bisogni irrinunciabili e i diritti dei bambini

Chi è l’uomo?

Complessivamente, seppure solo nella prospettiva biologico-clinica e tralasciando gli aspetti filosofici, etici e religiosi, possiamo definire l’uomo come “un essere relazionale che necessita di accudimento amorevole”. Molteplici le dimostrazioni scientifiche a convalidare tale tesi.L’uomo funziona attraverso tracciati genetici e biochimici differenti, ma è certo che un gene non può esprimersi senza il suo compagno più intimo, l’ambiente e le interazioni con il mondo circostante. Altresì sono le connessioni neuronali, per gran parte frutto “dell’esperienza” e degli stimoli, più che il numero di neuroni, a determinare il funzionamento del cervello. Quindi natura e cultura interagiscono in una simbiosi che promuove sviluppo (Brazelton). Le esperienze interattive possono determinare finanche il cambio di funzione delle cellule: neuroni che normalmente dovrebbero “vedere”, in un bambino cieco dalla nascita imparano ad udire, ecc. Lo stesso sviluppo organico è condizionato dalla relazione d’accudimento:osserviamo che un neonato cui si somministrano adeguate calorie ma non è coccolato, non accarezzato, non ha contatto continuo con adulti, non cresce in peso oltre che in funzioni intellettive (Sindrome da deprivazione affettiva, tristemente nota anche in anni recenti nei bambini istituzionalizzati dalla nascita negli orfanotrofi della ex Bulgaria). Solidi studi scientifici ci confermano che i bambini per svilupparsi nel loro pieno potenziale umano e sociale hanno bisogno di molto di più che di una semplice condizione di non deprivazione calorica.Tuttavia, se si è intuitivamente d’accordo che un bimbo ha diritto a cibo, igiene, cure mediche, conoscenza dell’identità genitoriale, libertà di religione, assenza di discriminazione raziale, ecc..., non sempre sono chiare le tipologie di attenzione senza le quali i bambini non possono crescere, apprendere, fiorire. Le cure utili a determinare il pieno raggiungimento del potenziale del suo sviluppo rientreranno a pieno diritto nei “bisogni irrinunciabili del bambino”, che nessuno ha il diritto di ignorare. Vedremo che il favorire la maturazione delle sue doti naturali ha le fondamenta sulla possibilità che il bimbo sperimenti il calore di un amore incondizionato, riceva relazioni empatiche, stima, valorizzazione, riconoscimento, ecc.... Quando ciò non avviene quel bimbo subisce vere violenze, subisce la violazione e negazione di diritti fondamentali. È impoverendo quel bimbo si fa un torto a tutta l’umanità. Riconoscere quali sono i bisogni dei bambini è allora la strada perché i loro “diritti” diventino cultura diffusa, orizzonte irrinunciabile dell’impegno civile. Lo sviluppo del bambino,I bisogni del bambino mutano nelle diverse epoche della sua vita. Tuttavia, l’interazione adulto-neonato modella tutte le fasi e l’identità si svilupperà nel confronto con “l’altro da sé”. Le dinamiche di empatia saranno la base “naturale” di questa interazione. L’empatia è la capacità di vedere, almeno un po’, il mondo dal punto di vista dell’altro, mentre l’altro percepisce di essere guardato, rispettato, accettato, visto e, almeno un po’, compreso. Stern ha dimostrato che maggiore irritabilità e una ridotta mimica facciale caratterizzano già a 3 mesi un neonato cresciuto da una madre depressa, con scarsa capacità di dare feedback coerenti agli stimoli che vengono dal neonato (pianto, sorriso, colichette, ecc..). Una madre depressa si sente bloccata, triste, affogata nelle proprie emozioni e bisogni, che la chiudono in se stessa, in un circuito vizioso di insoddisfazione e senso di colpa. La madre empatica è invece capace di “vedere” i bisogni e i messaggi che il neonato lancia. Il focus istintivo è su di lui e lei agisce d’impulso, con un’infinità di modalità non verbali (mimica del viso, atteggiamento del corpo, inclinazione del collo, ecc...) e azioni concrete (allattare, cambiare il pannolino, cantare una nenia, dondolarlo, ecc..). Dal feedback operativo della mamma, in uno schema di risposte inizialmente bianco/nero che via via si arricchisce di tutte le sfumature di grigio, il neonato impara a modulare e controllare il proprio comportamento. Potrà quindi imparare l’utilità di reagire in maniera esplosiva e dirompente e incontrollabile (il bimbo capriccioso, urlante, che non dorme, ecc..) o l’auspicata capacità ad un’interazione maggiormente modulata e armoniosa (sorride, gioca, partecipa,ecc…) a seconda delle modalità del feedback che riceverà.Certamente il “gioco relazionale” poggia su biologia e genetica differenti. Brazelton nei suoi studi ha mostrato come almeno quattro macrotipologie di carattere dei bimbi sono definibili e già individuabili, nelle primissime tracce, a poche settimane di vita (dominante; vivace-energico-iperattivo; sensibile-riflessivo;timido-introverso). Di ciò bisogna tener conto, ed è utile per avere riferimenti di macroaree su cui muoversi, ma senz’altro ogni bimbo è una storia diversa,unica, irripetibile, non racchiudibile in schemi, pur se alcune sensibilità possono caratterizzarli.Altresì, ed in estrema sintesi, possiamo pure dire che ogni bimbo ha punti di forza e debolezza su cui far leva nelle aree di:

1) elaborazione uditiva (capacità di registrare e capire cosa si sta dicendo);

2) elaborazione visu-spaziale (registrare e capire cosa si sta vedendo e interagire con il mondo fisico);

3) modulazione sensoriale (ad esempio una ridotta tolleranza al rumore, o una specifica accentuazione o riduzione di sensibilità con i 5 sensi);

4) una scarsa capacità motoria (coordinamento motorio e sistematizzazione pensiero-azione. Da parte del cargiver un rapporto educativo facilitante non parte dell’idea standard di “chi sia il bambino”, ma cerca di cogliere, valorizzare, lavorare sulle “differenze individuali”.Un sistema educativo efficace punta quindi a non dare alcun spazio al fallimento, nel senso che si cercherà il modo per fare sperimentare “successo”, attraverso passi piccoli e successivi, premiando non il livello di risultato raggiunto ma valorizzando il percorso fatto e l’impegno. I linguaggi dell’adulto con accenti diversi e modalità relazionali sempre più fini e più ampi coinvolgimenti (della capacità di riflettere sul sé, sull’altro, su ciò che è “socialmente opportuno”, sul bisogno di gratificazione e piacere, ecc..), il bambino scala le successive epoche dell’infanzia fino all’adolescenza, quando si accentua il bisogno di trovare la propria identità indipendente. Conoscere le tappe di sviluppo del neonato, del bambino, dell’adolescente è per l’Educatore essenziale al fine di correttamente interpretare i segnali che arrivano dal bambino, per impostare strategie e programmi educativi idonei alle diverse età, per favorire lo sviluppo di competenze sul piano cognitivo, emozionale, sociale. La consapevolezza dello stadio evolutivo neuro-pscio-sociale potrà aiutare ad anticipare e trasformare le inevitabili “crisi”, a riconoscere i soggetti più fragili, a sospettare precocemente patologie che ne trarranno grande beneficio (dislessia, autismo, disturbi dell’apprendimento, ecc...). Ma soprattutto l’educatore consapevole punterà a costruire processi facilitanti lo sviluppo di quelle che Goleman indica “competenze dell’intelligenza emotiva”. È responsabilità di tutti che si diffonda la cultura di “ cosa vive il bambino”.Tra i diritti dei bambini vi quindi avere adulti che abbiano conoscenze dell’infanzia, che abbiano dei modelli educativi di riferimento. Tali competenze dovranno esserecertamente degli educatori, ma ad un livello basico andrebbero date a tutti futuri genitori, ancor prima che il bambino nasca. Un supporto alla genitorialità più debole (per malattie, condizioni sociali, ecc…) rientra anche per questi aspetti tra i diritti del bambino. Il diritto a sviluppare a pieno il proprio potenziale umano e sociale, passa attraverso relazioni efficaci di cura e promozione in cui si sia potuto sperimentare la possibilità di dare e ricevere amore. Su questo sfondo nasce autostima, rispetto per sé e gli altri, dimensione sociale delle regole, senso di appartenenza, motivazione, radicamento, idealità profonde, riconoscimento del proprio “essere speciale”, crescita di specifiche abilità e competenze. In questo processo le parole dei caregivers hanno un ruolo marginale: non si educa facendo bei discorsi! Sarà il suo comportamento, la sua vita, le azioni concrete, ed in ultimo forse le parole, quando saranno coerenti ai gesti. Il bambino in definitiva impara non da ciò che un adulto “vorrebbe essere” ma da ciò che è! Non basta che il caregiver voglia sinceramente trasmettere ideali e stili di vita positivi, che desideri operare affinché l’accudimento amorevole diventi realtà. Vi è bisogno che sappia farlo! Vi è bisogno, che pur nelle mille sfumature delle diverse culture, vi sia la capacità di declinare il desiderio dell’amore verso il bambino in azioni: dal fare un sorriso e non un urlo, un dono e non un ricatto,un’ora giocando insieme e non solo vicini, ecc... In quest’ottica, con Chapman, parliamo di linguaggi dell’amore, in grado di fare vivere relazioni pienamente empatiche, in cui il bisogno di dare e ricevere amore, insito profondamente in ciascuna persona, si concretizza in dinamiche utili a potenziare i diversi aspetti della personalità. L’adulto riuscirà ad esprimere quest’ “amore” educante non solo in ragione di ciò che crede ma nella misura in cui egli stesso ha “subito” o è stato “educato” all’amore. Chi più ha ricevuto più sarà in grado di donare. Ma anche chi si sente “povero”, chi sa di essere stato mortificato nel suo bisogno di amore e accudimento da bambino, chi si sente arido perché di tanto è stato deprivato, può divenire un adeguato caregiver. Ciò avverrà se saprà accettarsi con i suoi limiti, se saprà scegliere di donarsi senza misura, se avrà l’umiltà di mettere continuamente in discussione e allontanare la violenza che tende a sopraffarlo, se avrà il coraggio di confrontarsi e non isolarsi. Suo figlio ha diritto a sperimentare l’amore e lui/lei possono divenirne la fonte: incredibilmente, non di rado, un bimbo riesce a far spuntare l’acqua del dono e dell’amore gratuito e senza misura in chi si credeva arido e incapace di dare e ricevere amore, facendo nascere fiori in quei cuori che fino a ieri si pensavano aridi. È uno dei più grandi miracoli della vita che, chi come me fa il pediatra, osserva sempre stupefatto e incantato: gli occhi del genitore sono per la prima volta riempiti di una luce che mai più avrebbero pensato di poter avere, pronto senza alcuna esitazione a tagliarsi un braccio o dare la vita per quell’esserino appena nato. Questo desiderio di amare non sempre coincide con la capacità di farlo, per molteplici motivi, e tante ferite nasceranno dal non sapere vivere la grammatica dell’amore con il figliolo. L’alfabetizzazione ai diritti dei bambini Proviamo allora a declinare per titoli principali “la grammatica dell’amore”, a meglio comprendere quindi i processi e le azioni cui non si può rinunciare per rispettare i diritti dei bimbi ad una infanzia serena e positiva. Ross Campbell, e con diverse focalizzazioni Garry Chapman, affermano che in ciascuna persona vi è un serbatoio emozionale che richiede di essere riempito d’amore, con “ linguaggi dell’amore” per lui comprensibili. Se si parla una lingua diversa da colui che ascolta non si verrà capiti: allo stesso modo vi è bisogno di parlare un linguaggio comprensibile per quel bambino, per la sua età, la sua sensibilità. Così come possiamo studiare le lingue, così possiamo imparare i linguaggi dell’amore, per dare ai bambini ciò di cui hanno diritto focalizzando le dinamiche essenziali nel processo di “riempire il serbatoio” dell’altro. Di seguito proponiamo solo alcuni titoli di questa “grammatica”. Ascolto. Un bicchiere che si svuota saprà accogliere l’acqua. Se il bicchiere è pieno, anche se contiene il vino più pregiato e gustoso del mondo, non saprà ricevere, non avrà spazio. Così è l’ascolto: “……l’ascolto si realizza in profondità se non penso a cosa rispondere, se non sto riflettendo o giudicando ma sono, semplicemente, focalizzato su “di te”. Sto donandoti qualche secondo della mia vita. Sono qui solo per te. Sono concentrato, per quel poco che mi riesce con i miei tanti limiti, su quanto mi racconti. Non cerco di darti delle risposte o il mio punto di vista. Ti faccio da specchio e ho solo il desiderio di testimoniarti che sono qui per te, ora, con tutto me stesso. Lo stesso desiderio di capire, essendo mio, potrebbe essere un ostacolo perché mi lascia “pieno”. Devo essere vuoto per accoglierti. Lascio che sia tu a decidere se vuoi srotolare la corda della tua anima. Io non la tiro. Io sono qui per te. Ti accetto incondizionatamente, senza giudicarti. Non incalzo con domande o a volerti proporre la soluzione al problema….”. Chi ha vissuto l’esperienza di sentirsi così profondamente accettato e ascoltato non la dimentica più. È un balsamo sull’anima, che risveglia quei semi di speranza che sembravano sepolti da una vita di dolori. Il bambino che vive con adulti capaci di “ascoltare” maturerà la capacità di “vedere” il dolore dell’altro, di lenirlo, di ascoltare a sua volta. Maturerà il dono dell’empatia come parte costituiva del su essere uomo e donna. Sarà una persona ricca! Fiducia. Riconoscere fiducia è a volte anche rischiare che possa sbagliare, anche farsi del male, anche farmi del male. Dare fiducia pone l’altro di fronte alla necessità di assumersi nuove responsabilità e ha implicito un forte e essenziale messaggio d’amore e di stima. Il bambino cui “il suo gigante” (l’adulto è visto come tale!) riconosce fiducia, sente che allora vale! Che allora ce la può fare! Ricordo quando a mio figlio di 5 anni si slacciò una scarpa mentre eravamo al parco. Lui si inchinò per provare ad allacciarla, ma non vi riuscì. Allora mi guardò, io gli sorrisi per incoraggiarlo. Lui riprese il tentativo, senza successo. Mi guardò ancora e continuai a sorridergli e ad accennare ad un movimento d’incoraggiamento muovendo il capo. Lui ci riprovò, e poi ancora ed ancora. Ed alla fine ne nacque un instabile nodo, ma la scarpa era allacciata! Il suo sguardo di quel momento incrociano i miei occhi non lo dimenticherò: era la soddisfazione più pura, ed io mi sentivo come non mai a lui vicino, come avessimo scalato la montagna più alta del mondo! Parole di incoraggiamento: Guardare il positivo, sottolinearlo, valorizzarlo. A volte cercare di vedere oltre ciò che appare nell’immediato, nelle potenzialità. Se ho una macchia sulla camicia tutti diranno hai una macchia, pochi diranno hai una camicia pulita al 99%!! Eppure questa è la realtà, si tratta di coglierla! Condividere e guardare positivo significa incoraggiare. Avere il tuo genitore che ha quest’atteggiamento diviene allora un viatico per provare strade nuove e non aver paura! Doni: Dono etimologicamente significa “regalo non meritato”. Se pulirai la tua camera ti darò....” : non è un dono, è un patto. La paghetta settimanale, i soldi per la pizza: molto spesso una consuetudine, vissuti come un diritto. Qual è stato l’ultimo vero dono che ho fatto a mio figlio? Tempo fa, mentre scrivevo una relazione su questi temi, mi sono posto la domanda e la risposta che “doni inaspettati e non meritati” non li facevo da tantissimo!!!! Sono corso a comprare piccoli regali (uno shampoo, un paio di calze, ecc..) a tutta la famiglia, li ho impacchettati e fatti trovare a tavola con un bigliettino di accompagnamento. Effetti collaterali sorprendenti: sono rispuntati i sorrisi per tutta una giornata!!!! Tempo: non basta la qualità, ci vuole quantità! I bambini hanno bisogno di tempo. Vi è bisogno di tempo per imparare da loro. Di tempo per capire i “loro” codici di comunicazione, per sintonizzarsi con il loro respiro, con il modo drammaticamente “soggettivo” di vivere e entrare in contatto con il mondo. Vi è bisogno di tempo perché, come abbiamo accennato, comunicare non vuole dire “parlare”, o “dire ciò che devi essere e devi fare. Spesso i genitori mi dicono: ho poco tempo, ma quel tempo mi impegno sia di qualità, lo dedico a mio figlio, cerco di giocare con lui, di insegnargli, ecc….. Per carità: meglio avere poco tempo di qualità che avere tanto tempo libero e non curarsi del figlio! Ma non possiamo sperare che la relazione si attivi come si accende il televisore: quando abbiamo fatto tutto il resto…. È un’illusione. Vi è necessità del riconoscimento sociale del valore del tempo che si trascorre con i figli. Altresì sistemi sociali di supporto (asili nido sui luoghi di lavoro, ecc...) di fatto potrebbero validamente risolvere molti dei problemi. Regole: Le regole nascono e si sviluppano come strumento di rispetto della reciproca libertà, che inevitabilmente finisce dove inizia quella dell’altro. E niente di più deleterio nel progetto educativo di un bambino è fare con lui finta che non esistano regole, che non esistano limiti: il limite è come lo sfondo di un quadro, permette al disegno di significare qualcosa. Se manca lo sfondo il disegno perde di senso. Oggi sempre più spesso vediamo tanti piccoli “dittatori”: tutto ciò che gliono è permesso, ma più hanno più protestano e certamente non sono bambini felici. La relazione amorevole non è mancanza di regole, tutt’altro, ha piuttosto la caratteristica di mettere al centro le persona. Non nega le regole, non nega il limite, ma è un limite che nasce dall’amore ed è teso all’amore. Può anche essere scomodo ma, poiché è presentato e vissuto all’interno di una relazione in cui l’altro si sente accettato e accudito, permette al bambino di interiorizzarlo come un qualcosa di prezioso, che non toglie libertà ma gli permette di “scegliere”di essere, anche lui, attore nel costruire questa armonia. Noi “educheremo “ al rispetto a condizione che noi stessi si abbia rispetto per noi, che non si accetti di essere “usati come zerbino”. Si può amare pronti a dare la vita per il figlio, ma questo è un dono che gli si fà. Accettare di essere umiliati e non rispettati non è amare ma semplicemente subire. È un pessimo servizio al figlio e a noi stessi. Ha come frutto, non la felicità o l’armonia, ma il rancore e la disistima. Le regole e i limiti, vissuti come dono e offerta di far parte della comunità a pieno titolo, sono strumenti di servizio e d’amore. Violenza. La violenza crea “buchi” nel serbatoio emozionale. Parleremo più diffusamente degli effetti devastanti della violenza in altre relazioni. La consolazione è che qualsiasi ferita, fatta talora senza intenzionalità, se forse non potrà mai scomparire del tutto, tuttavia potrà essere lenita da efficaci relazioni di accudimento amorevole, che hanno radici nel perdono di sè e dell’altro. L’amore non rivanga il passato e, anche se non lo può cancellare, per chi viene ferito possono divenire realtà frasi del tipo: “Mi stai a cuore. Anche se la mia sensazione di essere ferito potrà perdurare, non permetterò che ciò che accaduto si sovrapponga fra noi”. Vivo il presente, l’attimo presente. Il passato è storia. Colpa. Il rapporto di “felicità” con i nostri figli è un traguardo mai scontato, da rinnovare dopo ogni attimo in cui ci sembra di averlo raggiunto. Non rari sono pure momenti in cui si prova frustrazione, in cui prevale il sentirsi in colpa per non “aver fatto”, talora il guardare gli errori dei nostri figli chiedendoci “dove ho sbagliato?” In ognuno di questi momenti la “felicità” può apparire una chimera. Una consolazione: nessuno di noi ha avuto genitori perfetti. Ciascuno andando alla memoria, potrebbe evocare ferite più o meno profonde legate al rapporto con i genitori. Nessuno di noi probabilmente sarà un genitore perfetto. Ma per essere buoni o “passabili” genitori non occorre essere perfetti. Ciò che vale è ricominciare. Ricominciare con il desiderio di voler riempire il “serbatoio d’amore” di mio figlio, per quanto è possibile, oggi. Potremo avere felicità solo nel donare amore al figlio? E se lui non mostrerà riconoscenza? L’alfa della felicità non di rado passa dalla capacità di affrontare l’omega del dolore, dare ad esso un senso, ricominciare: ora, dall’attimo presente. Non so cosa farò domani, se sarò ancora capace, ma ora in quest’attimo, posso, voglio ricominciare. Decido consapevolmente di perdonarmi e perdonare. Riprendo l’avventura, tenendoci per mano, con un sorriso, certo del mio amore incondizionato per questo figlio. Rinasce così nel cuore la fiducia nella vita e in chi l’ha donata! I figli e i bambini che ci sono affidati danno un senso profondo alla nostra vita, ci inseriscono nella storia dell’umanità. Tuttavia il difficile mestiere di essere genitore o comunque educatore rivela sempre nuove sorprese e scoperte. Il dono che riceve l’adulto che impara a educare donandosi, è ritrovarsi ricco, il cuore caldo, il sorriso sulle labbra quando meno se lo aspetterebbe, la certezza che la gioia nata negli occhi di quel bimbo grazie alla sua carezza costruisce un mondo migliore e più giusto.

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